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Marco Cellamare

Marco Cellamare (1993, Monza) è uno scrittore e regista formatosi tra cinema e letteratura a Milano. Dopo la laurea in Lettere Moderne, inizia a scrivere passando dal racconto alla sceneggiatura. Ha lavorato come videomaker a Berlino e vive oggi a Praga, dove lavora come guida turistica. Nel 2024 ha frequentato Nouvelle Bug Vol. 3 e nel 2025 è stato selezionato per il Talent Lab del Linz International Short Film Festival. Nei suoi progetti esplora il tema del controllo — politico, linguistico— e della deformazione del corpo, con un particolare interesse per la provocazione sociale, indagata attraverso il linguaggio della finzione.

Il progetto

Out Out nasce dal desiderio di interrogare il linguaggio cinematografico e la sua più grande illusione: l’idea che un regista possa esercitare un controllo assoluto sull’immagine. Partendo liberamente da The Girl Chewing Gum di John Smith, ho voluto spostare il centro del racconto dal film a chi lo dirige. Il protagonista tenta di controllare ogni dettaglio del proprio cortometraggio attraverso la voce fuori campo, ma il film si ribella. I suoi ricordi irrompono nell’immagine, interrompono la messa in scena e lo costringono a confrontarsi con un passato che cerca ostinatamente di evitare. Quello che all’inizio appare come un esercizio di controllo si trasforma così in un percorso di accettazione. Mi interessava raccontare come il bisogno di controllare, di “scrivere” il mondo, possa diventare una forma di fuga dalla realtà: un eccesso di teoria che finisce per sostituirsi all’esperienza. Per il protagonista, il cinema rappresenta l’ultimo luogo in cui esercitare un vizio, un potere ormai perduto. Solo quando il dispositivo filmico smette di obbedirgli e lo costringe ad attraversare i propri ricordi diventa possibile riconoscere i propri errori e fare pace con sé stesso. La scelta del 16mm e del bianco e nero nasce dalla volontà di costruire un’immagine sospesa nel tempo, fragile e materica. La pellicola restituisce alla memoria una consistenza viva e imperfetta, trasformando il cinema in un limbo in cui il passato non può essere riscritto, ma soltanto rivissuto e compreso.

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