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Laura Marcucci

ARTISTA Laura Marcucci, classe 2000, è attrice e doppiatrice. Si forma all’Accademia Internazionale di teatro, laureandosi nel 2022. Da quel momento, perfeziona i suoi studi con vari laboratori alla Civica Scuola di Milano Paolo Grassi e con varie masterclass di teatro, con Gabriele Vacis, Massimiliano Civica, Daniele Parisi, Francesco Villano, e di scrittura di scena, con Francesco Alberici e Emanuele Aldrovandi. Fin da bambina lavora nel doppiaggio, è la voce di Anamaria Vartolomei nella versione cinematografica francese del romanzo “Il conte di Montecristo”, di Nizhonniya Austin nella sitcom “The Curse”, e di svariati personaggi in svariate soap opera turche. I due lavori che le stanno più a cuore rimangono “Kafka a Teheran”, di Ali Asgari e Alireza Hhatami, e “Naza”, di Yuval Abraham e Rachel Szor, due progetti che le hanno permesso di contribuire alla divulgazione di storie su cui non si può rimanere in silenzio. A teatro, ha lavorato con Patrizio Cigliano, Enoch Marrella, e con il teatro Potlatch. Nel 2024 arriva in finale al concorso nazionale di declamazione di poesia “Paolo Giuranna”, e nel 2025 al concorso promosso da Forbes “Next stars”. Dal 2025, presta il volto per alcuni contenuti promozionali per Roma Capitale. Ad oggi lavora per portare in scena le riflessioni che trae da ciò che la circonda, sperimentando il linguaggio teatrale, della stand-up, e anche attraverso i social, dove porta avanti la rubrica del “romano medio”. Nel 2025 scrive “Stasera sono fuori sync”, vincitore del premio “gradimento del pubblico” al festival Indivenire, ed. 2026.

Il progetto

“Stasera sono fuori sync” non è uno spettacolo sul doppiaggio, non ne fa un’apologia, lo usa come pretesto per raccontare qualcosa di più universale: l’identificazione dell’uomo con il lavoro. La protagonista della storia si identifica, infatti, col suo mestiere, un mestiere che sta perdendo sempre di più il consenso del grande pubblico, e questo le provoca una crisi identitaria, a causa della quale, durante un normalissimo aperitivo al Pigneto, fa sempre più fatica a raccontare che cosa fa per vivere, e, di fronte a certe critiche, si lascia andare a delle scenate di rabbia che la distanziano sempre di più dagli altri, la isolano. Riconosce il fatto che il doppiaggio, oggi più che mai, sta perdendo la sua funzione iniziale, quella di essere a servizio del prodotto originale, cercando di renderlo il più fedelmente possibile. Il problema, però, sta nel rendere tutte le critiche che le fanno notare delle definizioni della sua persona. Sempre più sopraffatta dai suoi interlocutori, si lascia andare al grido disperato: “Io doppio solo le turche!!! No Rebecca, non i cessi, le soap opera turche!!”, come se questo, in qualche modo, la scagionasse. Da questo momento in avanti, racconta il mondo di queste fiction lunghissime, interminabili, complicatissime, in cui è intrappolata da anni. Alcuni dei personaggi che lei racconta irrompono nella scena, o meglio, sono proiettati dietro di lei. Sarà proprio uno di questi personaggi turchi, Nuh, a darle un nuovo punto di vista sulle cose, grazie a un surreale dialogo con un interlocutore così opposto a lei, la protagonista riconosce che non sa veramente da cosa deriva la sua rabbia, forse perché, avendo sempre dato la sua voce agli altri, non ha mai trovato la sua.

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