Gianvincenzo Pugliese
Gianvincenzo Pugliese (classe 1992) – è un artista calabro-piemontese con base a Roma.
Dagli studi in Lettere presso l’Università di Torino, alla pratica del teatro fisico, dalla laurea presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, alla ricerca fotografica e alla scrittura drammaturgica, costruisce un percorso poliedrico che ruota attorno al potere alchemico del linguaggio. Muovendosi tra immagine e parola sulla strada solcata da Emesto de Martino e Franco Cassano, dedica la sua produzione a un’indagine intima delle radioi, in cui il Sud si trasmuta in concetto: universo valoriale, memoria incarnata, paradigma del pensiero simbolico. Con “A San Michele”, testo in vernacolo scritto per il progetto “Evocazioni e Invocazioni”, vince il premio Musica Contro Le Mafie 2021. Con “BrumBrum” è tra i finalisti di “LiquidaPhotoFestival” 2023. Con “Pecore Nere”, primo videoclip del progetto Maelstrom, si aggiudica il premio “WeShort” e il premio miglior videoclip al Nano Film Festival 2022.
Il progetto
«Tutto ciò che vediamo è qualcos’altro», scrive Pessoa nel Faust. Da questo assunto nasce la regia: tutto è illusione, simbolo, analogia.
Il film affonda le proprie radici negli ultimi anni di vita di mio nonno, cumbà Vicinzu, e nel decorso della sua demenza senile. Trascorrendo molto tempo con lui, ho imparato a entrare nel suo mondo: inseguire ladri invisibili, scongiurare maledizioni, raccogliere oggetti senza peso né forma. Condividere le sue visioni sembrava attenuarne la paura, fino a rendere sempre meno chiaro chi dei due stesse davvero allucinando.
Da questa esperienza nasce il dispositivo del film. La macchina da presa assume il punto di vista del protagonista: non osserva la sua alterazione, ma vi partecipa. Il mondo sensibile — la casa, le fotografie, la macchina da cucire — convive così con un Altro Mondo capace di inglobarlo e trasfigurarlo. Le immagini emergono da un processo di mimesi con i racconti e i ricordi di mio nonno: tra queste, la Sarta, una donna che affiora dal mare tessendo una rete infinita.
Anche la luce diventa soggetto e guida di questa trasformazione. Attraverso specchi e alterazioni della luce naturale, lo spazio viene reso volutamente impossibile, sospeso tra percezione e apparizione.
Il bianco ritorna come presenza luminosa — il sole, un fiore, una pecora, una serratura, un gatto — e si contrappone all’unica, fugace apparizione del nero: la capra.
Il film procede per tracce e corrispondenze, senza attribuire ai suoi simboli un significato univoco. Piuttosto, lascia che le immagini si richiamino tra loro come indizi lungo un viaggio interiore, mantenendo aperta la possibilità che dietro ciò che vediamo esista sempre qualcos’altro.”
