MELISSA LANZO
Melissa Lanzo, 34 anni, Messina – Sicilia – studiosa d’arte, fotografa e flâneur.
Il suo percorso affonda le radici in oltre vent’anni di studio visivo: dalle discipline plastiche e pittoriche scolastiche alla storia e teoria delle arti contemporanee al D.A.M.S. di Messina, fino al Diploma Accademico di II Livello in Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Catania. Da oltre un decennio elegge l’immagine a intima arte d’elezione, interrogandola per sottrarla alla banalità dell’intuizione immediata: la indaga attraverso filosofia, letteratura e sconfinamento concettuale, scoprendo come un’immagine custodisca un testo e una parola evochi una visione ben oltre i margini dell’inquadratura.
Cresciuta tra il guardare e il fare, vive l’arte nel dualismo tra spettatrice e artista, considerando la fotografia il medium più profondamente umano: nato dall’uomo per l’uomo, dialogante e risonante. Rifiutando ogni didascalismo, approda all’astrazione come pedagogia dello sguardo: un esercizio per educare la mente a non fermarsi al primo istante, compiendo un moto continuo dentro e fuori la superficie per dissotterrare ciò che vive sotto la soglia dell’apparenza, custodito nella grana più segreta dell’immagine. Dopo anni di formazione, ricerca e trasferte, è tornata a casa per dare voce alla propria terra, trasformando la macchina fotografica nella naturale appendice del suo dialogo con il reale. La sua indagine abita i contesti complessi, i margini urbani e i paesaggi post-traumatici di Messina, dove il cammino si fa tutela, memoria e ascolto, raccogliendo frammenti e tracce deperibili prima che la rimozione ne cancelli voce e sembianze.
Il progetto
Traccia termica
Traccia termica si configura come un’indagine cruda e materica sull’entropia del paesaggio e sulla memoria violata della costa di Messina. Il lavoro applica una rigorosa ecologia dello sguardo, campionando un archivio visivo territoriale raccolto nell’arco di due anni e riprocessandolo attraverso un dispositivo a stampa termica. Il deterioramento progressivo del supporto effimero si fa sostanza dell’opera: il passaggio alla sgranatura dura del bianco e nero termico traduce visivamente l’obsolescenza, l’impatto antropico e la consumazione fisica dei luoghi.
Negando ogni visione romantica, l’opera scompone l’orizzonte in una scacchiera instabile di 72 tasselli ritagliati a mano e accostati a vivo. Le linee del mare, dell’architettura e della costa non combaciano mai, innescando una faglia materica e un glitch analogico che restituisce il senso di una ferita territoriale aperta. L’impiego della carta termica — supporto effimero per eccellenza, delegato al consumo rapido — instaura un cortocircuito concettuale con la dilatazione biennale della ricerca. La traccia costringe così chi osserva ad abbandonare la distanza di sicurezza, avvicinandosi al corpo vivo dell’immagine per negoziare con la grana, le discontinuità e le fibre della materia. L’opera si assume il rischio della deperibilità, trasformando la fragilità del residuo in un atto silenzioso di custodia, archivio e resistenza contro l’oblio.
