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Jacopo Lucci

Si chiama Jacopo. Al contrario di molte persone che si approcciano alla moda in fin da piccoli, per lui è arrivata più tardi. Era l’ultimo anno di liceo quando decise di iscriversi alla Sapienza, e già dopo il primo semestre capì di aver fatto la scelta giusta. Il suo avvicinamento alla moda è avvenuto attraverso vari autori di sociologia: sebbene da mesi nascessero già i primi bozzetti, la vera scintilla è scoccata proprio grazie agli studi sociologici.

Tutto è cambiato il giorno in cui è arrivato il momento di scegliere l’argomento della tesi. In quell’istante, la sua visione della moda non sarebbe più stata la stessa. La professoressa stava elencando alcuni possibili ambiti di ricerca, ma solo nel momento in cui pronunciò le parole Margiela, decostruzione e Derrida, Jacopo, pur sapendone ancora pochissimo, accettò immediatamente.

Esiste un Jacopo “pre” e un Jacopo “post” Margiela. La docente gli fornì un’ampia mole di documenti e studi sociologici su questo designer misterioso, di cui prima conosceva ben poco. Se ne innamorò subito, comprendendo che quella era esattamente l’idea di moda che desiderava realizzare, pur non avendone avuta piena consapevolezza fino a quel momento. Da Margiela, Jacopo ha poi iniziato ad approfondire tutto ciò che vi era correlato: i Sei di Anversa, i designer giapponesi come Watanabe, Kawakubo e Yamamoto, per poi approdare al minimalismo di Helmut Lang e Jil Sander. L’ultimo anno di università è stato per lui il più stimolante: un mondo del tutto nuovo che lo travolse, ed egli ha cercò di assorbire qualsiasi spunto o testo gli capitasse tra le mani.

Il progetto

Il progetto che presenta è strettamente legato alla sua vita: è ciò che lo definisce in quanto creatore di moda che pensa, medita, traccia i primi schizzi e infine dà vita a un’intera collezione. La ricerca si ispira ai designer degli anni ’90, una decade rivoluzionaria per l’evoluzione della moda.

Margiela rappresenta il fulcro del lavoro, affiancato dai maestri giapponesi e completato dalle figure di Jil Sander ed Helmut Lang. Ogni stilista incarna un paradigma preciso: in Margiela risiede il concettuale, nei giapponesi la decostruzione, mentre in Jil Sander e Lang il minimalismo (sebbene in quest’ultimo la questione si riveli più complessa).

La collezione ispirata a Margiela è stata forse la più complessa, poiché traslare il concettuale nell’abbigliamento può sembrare un’operazione immediata, ma rivela in realtà un’estrema complessità. È stata inoltre una sfida personale: riuscire a realizzare capi ispirati all’autore che più di ogni altro lo ha formato, imprimendo un concetto forte all’interno di un abito e mantenendolo al contempo vestibile, ha richiesto un processo creativo lento e meditato.

Con i designer giapponesi il percorso è stato più fluido. La collezione trae ispirazione dalla celebre mostra del 1988 tenutasi al MoMA, “Deconstructivist Architecture”, offrendo elementi più tangibili a cui attingere per ricreare l’informe, frammentare e deformare, così da restituire un’estetica underground ma densa di intellettualismo.

Infine sono seguiti Jil Sander ed Helmut Lang. Togliere o non aggiungere è un processo che genere sempre conflitti: l’abito, se non concepito in modo maturo e rigoroso, rischia di apparire effimero e banale. La collezione sintetizza così la forma e la visione di quei designer che, negli anni ’90, hanno cambiato per sempre la storia della moda.

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