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AURORA BINI

Aurora Bini è un’artista visiva del 1999 che vive e lavora a Roma. Ha una laurea magistrale all’Accademia di Belle Arti di Roma in arti visive e multimediali. Lavora principalmente con fotografia, video, scultura, disegno e suono.

La sua ricerca artistica verte sulla soglia tra reale e paradossale, indagando quel che accade al confine tra la vita e gli stati mortiferi dell’essere umano, gli scontri duali e le ambiguità tra l’onirico e il fattuale. Il suo è un elogio viscerale del vivere a metà tra l’informe e la forma, da una prospettiva prevalentemente femminile, con l’intento di innescare un dialogo interno con l’incongruo illogico. Percorrendo un processo istintivo e solo in seguito valutativo, arriva processualmente alla composizione e alla progettazione di una funzionalità formale, in cui la ricerca visiva pone il focus sulle possibilità intrinseche della materia per una restituzione percettivo-sensoriale della stessa. A mantenere attiva la sua necessità creativa è il piacere dell’abbandono a un caos cosciente.

Il progetto

Per indurre lo spirito della catastrofe Le ossa sono le reliquie del corpo, anticamente ritualizzate come simbolo vitale della forza indistruttibile dell’essere, ripulirle significava lenire gli stati feroci e condurre il defunto ad una catarsi.

La catastrofe è invece un evento che interrompe e devia una continuità causale, generando un cambiamento mortifero dall’interno, la cui natura non ha di per sé uno svolgimento programmato se non quello della rivoluzione.

Per indurre lo spirito della catastrofe è una videoinstallazione enigmatica, su di un tavolo apparecchiato in un ambiente fuori dal tempo, si svolge una sorta di rituale che appare come un’onirica visione. Un osso mandibolare e un’ostrica sembrano essersi fusi in unico corpo, da essi si erge una candela accesa sopra la quale rotea un lungo osso che lentamente si scioglie dentro l’ostrica. La densità materica dei componenti li rende percettivamente incarnati. Il rituale è accompagnato da un’ipnotica nenia, composta di synth e voce, a cui lo scricchiolio della fiamma si aggiunge sottilmente. Il suono genera una rotazione uditiva che va ad enfatizzare quella reale. L’installazione è accompagnata da una breve annotazione poetica, una formula.

L’opera conserva in sé la reciprocità degli opposti, la soglia tra visione e ascolto, reale e irreale, tra il movimento rotatorio orizzontale e il bruciare verticale della fiamma, tra l’elemento mortifero e pesante, il fossile, e l’elemento vitale e incorporeo, il fuoco che attiva e trasforma la materia. E nel tentativo di preservarne la crepa, ci parla del tempo specifico dell’accadere presente, il rituale non ha una fine, ma è colto nel suo eterno svolgimento. Il termine del processo rimane allora un’astratta ipotesi.

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