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Rosa Pia Sidoti

Rosa Pia Sidoti è una danzatrice di origini siciliane. Si forma presso l’Accademia Nazionale di Danza di Roma, dove consegue il diploma con il massimo dei voti e la lode. Nel suo percorso incontra e interpreta repertori di Merce Cunningham, Akram Khan e Adriana Borriello, affiancando alla formazione accademica esperienze professionali e di ricerca, tra cui l’ATP Training Program di Patrizia Cavola e Ivan Truol e il tirocinio presso la compagnia Atacama.

La sua ricerca nasce dall’ascolto del corpo e dalla relazione tra gesto, spazio, tempo e percezione. Attraverso il movimento esplora ciò che emerge e ciò che rimane, cercando una propria linea nel continuo fluire dell’esperienza.

Accanto alla pratica performativa sviluppa una ricerca coreografica personale, dando vita a creazioni presentate in diversi contesti e riconosciute con premi e menzioni, tra cui il Premio Roma Danza, il Premio delle Arti, il Festival La Sfera Danza e il Napoli in Dance Award.

Il suo percorso è in continua trasformazione: un tentativo di abitare il movimento con presenza, curiosità e ascolto, aprendosi all’incontro con nuovi corpi, linguaggi e possibilità.

Il progetto

Ispirata alla figura delle prefiche, l’opera nasce da una ricerca sul rito del lamento come pratica collettiva di custodia della memoria. La coreografia attinge all’immaginario delle prefiche, trasformandone i codici rituali in una ricerca sul corpo, sul ricordo e sulla perdita. Il gesto diventa così ciò che resta del passaggio umano: una traccia fragile, capace di sopravvivere solo attraverso chi continua a portarla con sé. La ricerca coreografica riprende alcuni elementi simbolici propri delle prefiche: le oscillazioni del corpo, il dondolio continuo come manifestazione del lutto, la forza evocativa della ripetizione e la ricorrenza dei numeri tre e sette, che scandiscono il tempo rituale e diventano struttura della composizione. Le azioni si propagano nello spazio, si trasformano e si intrecciano, generando una stratificazione di presenze e di ricordi e dando origine a una memoria condivisa che si costruisce proprio mentre rischia di dissolversi, lasciando emergere il legame profondo tra il gesto individuale e quello collettivo.

Ogni interprete abita la scena portando con sé un ricordo intimo, una perdita, una presenza o un’assenza da custodire e da piangere. Queste memorie individuali non vengono raccontate esplicitamente, ma abitano il movimento. Come avveniva nel rito delle prefiche, il dolore non appartiene mai a una sola persona: viene accolto, condiviso e custodito dalla comunità, affinché il ricordo continui a vivere. L’opera non rappresenta il dolore, ma la sua persistenza. Ne emerge una riflessione sulla fragilità del ricordare e sulla responsabilità di conservare le tracce dell’altro, ponendo al centro una domanda profondamente umana: cosa rimane di noi quando il tempo cancella i nostri nomi? E quanto del nostro passaggio continua a vivere nel corpo e nella memoria di chi resta?

Instagram: @rosapia00 · @chiarageraci._ · @magnaghi.giada

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